Missione Senegal giorno 4

Finalmente vacanza!!!

Non si fanno più di 5.000 km e oltre 12 ore di viaggio, senza immergersi qualche ora nella natura africana.

Oggi andremo a visitare una riserva naturale immersa nella savana a pochi chilometri da Dakar: Bandia.

Con noi, in auto, c’è la piccola Diara: due anni e mezzo di incontenibile energia!

Facciamo fatica a farle capire che non può saltellare per tutto il sedile durante il viaggio e soprattutto che gli occhiali da sole di Maria Pia sono anche da vista e senza quelli non può proprio stare!

Le offriamo in cambio un cellulare e un orologio da polso e l’affare è fatto.


Il viaggio è sempre una scoperta continua.

Prendiamo un’autostrada lunga e dritta costruita e gestita sul modello francese: circa ogni 10 chilometri c’è un casello e si paga il pedaggio.

Mi sento felice di non abitare né in Francia né in una ex colonia francese!

Lungo la strada ci fermiamo a fare benzina e a mangiare qualcosa: ci ritroviamo in quello che potrebbe essere un comune autogrill di un qualsiasi Paese europeo.

In vendita troviamo la pasta De Cecco, i Kinder Ferrero, il gelato Algida.

Se non sapessi di essere in Africa farei fatica a crederlo!
Una cosa però mi colpisce: il pavimento è talmente pulito e lucido che sembra non essere stato mai calpestato: la pulizia dei pavimenti in Senegal è una vera e propria mania.

Lo avevo notato anche nei negozi, nelle case, nei cortili.
Usciti dall’autostrada, troviamo numerosi villaggi nei quali ci fermiamo per chiedere informazioni per raggiungere la nostra meta.

Troviamo interi gruppi familiari seduti sotto un albero davanti casa: è il loro luogo di aggregazione familiare. Le case sono via via più semplici ed umili, spesso non hanno un rivestimento esterno.

Troviamo purtroppo ciò che dentro Dakar non abbiamo trovato mai: cumuli di immondizia.

Qui percepiamo di nuovo, come nelle banlieu, la povertà.

È evidente che ogni oggetto viene recuperato e vive una vita nuova: trasformato in altro, adattato, oppure riparato.

Il consumismo sembra più che mai una follia, in questa parte del mondo.
Arrivati alla riserva, ci troviamo davanti a una ampia infrastruttura molto spartana e interamente costruita in legno.

Scegliamo di fare il nostro safari fotografico a bordo di un fuoristrada: saliamo e inizia questa nuova avventura!
La guida è gentilissima, si ferma ad ogni avvistamento, ci lascia il tempo di fare fotografie, ci racconta la storia della riserva.

Non troveremo i grandi felini, perché la riserva – privata – è un progetto per il ripopolamento della savana.

Incontriamo le immancabili scimmie, che non sono affatto dispettose, giraffe, rinoceronti, bufali, impala, facoceri, gazzelle, jene, tartarughe, coccodrilli e tantissimi uccelli dai nomi per me impronunciabili.


La riserva è un bosco di baobab, alcuni talmente grandi da poterci costruire dentro una casa.

La guida ci racconta che ognuno di loro ha una storia: alcuni sono considerati magici per la loro forma.

Altri venivano usati come cimiteri per la sepoltura dei saggi – coloro che tramandavano oralmente la cultura – che per tradizione non dovevano essere seppelliti sotto terra.

Per loro, il contatto con la terra avrebbe significato la perdita della loro “divinità”!

Tutti gli animali sono liberi nel loro habitat, fatta eccezione per le jene e i coccodrilli, per evitare che, essendo carnivori, vanifichino l’obiettivo di ripopolamento della zona.


Alla fine del nostro giro ci sentiamo felici per questa bellissima esperienza e per salutare degnamente la savana ci viene spontaneo farle omaggio abbracciando un baobab grandissimo: un abbraccio che porteremo per sempre nel nostro cuore.