Missione Senegal, giorno 1

Questa lunghissima giornata ha ancora qualcosa da offrirci: Mamadou ci ha fissato un appuntamento con il Direttore della Scuola di formazione per infermieri ed ostetriche.

Siamo già in ritardo e dobbiamo lasciare un po’ frettolosamente la moglie di Mamadou e le sue bellissime bimbe. 

Risaliamo in macchina e letteralmente corriamo verso la scuola. 

Non appena varcata la soglia ci rendiamo subito conto di quanto la pandemia ci abbia reso tutti uguali: il primo gesto da fare e quello di sanificarci le mani con un gel e porgere le nostre fronti per il controllo della temperatura che, nonostante il caldo, rientra nel notissimo parametro dei 37,5 gradi centigradi.

Saliamo una rampa di scale e siamo dentro.

Attraversando i corridoi sbircio dentro quella che senza dubbio è una aula: le sedie sono spartane, con la ribaltina per prendere appunti.

In fondo alla sala c’è una lavagna bianca enorme, che fa trasparire i segni non del tutto cancellati delle scritte che professore dopo professore, anno dopo anno, sono state impresse e cancellate. 

Almarei a Dakar

Attraversiamo ancora un corridoio ed entriamo nella sala riunioni dove ci sta aspettando il Direttore della scuola.

Siamo in ritardo e con un sorriso percepibile nonostante la mascherina ce lo fa notare!

In fondo siamo qui per questo, abbiamo fatto questo lungo viaggio proprio per incontrare lui, dopo esserci visti in videochiamata tre o quattro volte negli ultimi mesi.

Ci mettiamo subito al lavoro, con il solo ostacolo della lingua, che riusciamo ad arginare tra le traduzioni di Maria Pia e quelle di Mamadou.

L’obiettivo del nostro viaggio è finalmente concreto davanti ai nostri occhi: un accordo tra Almarei e la Scuola di formazione per il reclutamento di Infermieri che si sono resi disponibili a prendere un aereo – anzi due – per raggiungere l’Italia ed entrare a far parte della nostra rete.

Il lavoro fatto in questi ultimi mesi sta dando i suoi frutti, abbiamo consolidato una reciproca fiducia: il Direttore della Scuola di formazione oggi sa che siamo una realtà complessa e organizzata, che offriremo agli infermieri un lavoro stabile in diversi contesti, che abbiamo scelto di collaborare con lui perché abbiamo avuto modo di verificare che la formazione garantita da questa scuola è in linea con la normativa europea sulla formazione degli infermieri.

Noi, dal nostro canto, sappiamo che gli infermieri che domani incontreremo di persona, sono usciti da un percorso di formazione idoneo a lavorare in Europa e che dobbiamo sostenerli nell’iter burocratico per il riconoscimento del titolo da parte del Ministero della Salute italiano e nella logistica.

Certo, detto così sembra semplice, ma non posso fare a meno di immedesimarmi in uno di questi giovani infermieri che lascerà la sua famiglia, il suo Paese, il suo modo di vivere per immergersi nel nostro, profondamente diverso, a migliaia di chilometri di distanza!

Mi domando se io al suo posto lo farei e mi rispondo che sì, probabilmente sì.

Durante il tragitto in macchina con Mamadou ho affrontato questo discorso, gli ho chiesto di parlarmi non solo della sua scelta di trasferirsi in Italia per lavorare ma anche di raccontarmi quanto guadagna un infermiere in Senegal e se lo stipendio medio di un infermiere è sufficiente a sostenere una famiglia.

Mamadou ha le idee chiarissime in merito: mi racconta di aver lasciato il percorso universitario nel suo paese per venire a fare il saldatore nel nostro.

Sapeva che, senza conoscenze, con una laurea in Senegal, non avrebbe guadagnato abbastanza per fare ciò che la tradizione senegalese affida al primogenito: il sostegno economico dei suoi genitori e il sostegno dei suoi fratelli minori.

E Mamadou non solo non avrebbe mai voluto sottrarsi a questo, ma voleva costruirsi una sua famiglia.

Il lavoro in Italia gli ha permesso tutto questo. Presto anche la moglie e le figlie di Mamadou si trasferiranno in Italia, perché il suo desiderio è quello di offrire un futuro migliore alle sue figlie e ai figli che verranno.

Nonostante ciò, il suo attaccamento al Senegal e alla sua città, Dakar, è fortissimo, sa che tornerà qui prima o poi, ha già comprato un terreno dove costruirà la casa nella quale invecchierà.

Mamadou mi spiega che lo stipendio di un infermiere in Senegal non è sufficiente a sostenere una famiglia e questo è il motivo per cui gli infermieri senegalesi vanno a lavorare in Canada, in Francia e presto anche in Italia.

Penso a tutti gli infermieri italiani che sono scontenti della loro retribuzione e ne comprendo le ragioni, perché per le responsabilità e per il tipo di lavoro, è evidente che l’Infermiere italiano non ha una retribuzione adeguata.

Non posso fare a meno di pensare a quanto tutto sia relativo.

Gli infermieri che incontrerò domani se lavorassero nel loro Paese guadagnerebbero l’equivalente di un terzo di quello che guadagneranno in Italia. 

È arrivata l’ora di rientrare in albergo, gli accordi per gli impegni di domani sono presi, facciamo una foto di gruppo per immortalare anche questo importante e bellissimo momento, un ultimo saluto e …si risale in macchina!

Insciallah!